Tornerò al mio paese domenica, al paese dei miei nonni, di mia mamma. Al paese dove metà di me sente di appartenere. Ritroverò la piccola piazza della torre, dove c’era la casa di nonna Emma, dove correvo e mi sbucciavo le ginocchia arrampicandomi sulla fontana. Andrò al cimitero a salutare quelle foto in bianco e nero così antiche, ma così somiglianti al mio viso e al viso di chi mi vive accanto. Racconterò le leggende di famiglia al mio cow boy, magari lo annoierò un po’. Arriverò ai bastioni, agli argini del Fiume. Mostrerò il ponte che faceva paura a mamma bambina. Lo porterò nella campagna dove una volta correva scalza una piccola bimba bionda che è diventata mia madre. Dove nonna gridava dietro a 5 marmocchi selvaggi, cucinando, mordendosi le labbra, inventando un forno che non c’era, stringendo amicizie che ancora resistono nonostante la morte. Mostrerò la pompa dell’acqua, la scuola abbandonata. Andremo poi a pranzo a casa di un amico che mi parlerà con quell’accento che tanto amo, che mi fa sentire di appartenere a quella “Terranegra”, rispolvererò il mio dialetto tenue. Presenterò il mio imminente marito al Dottore del Fiume, lui chiacchererà, fingerà di essere perfetto non sapendo che io amo le imperfezioni delle persone. Ho un po’ paura. Mi passano davanti agli occhi le immagini di tre vite fa. Sempre in tre, seduti al tavolo, io che presentavo al Dottore il mio compagno. Lui che capiva che non andava. Mi cercava con lo sguardo, voleva dirmi tante cose, ma non osava. Eravamo così vicini in quel momento, ma era così fresca la nostra amicizia che forse non si osava. Era tutto un equilibrio di cristallo, pronto a spezzarsi alla prima pressione. Una notte orribile, il rifiuto di Mr. Whilde, la consapevolezza che tutto era perso, che tutte le carte erano state giocate…le stesse carte che la notte di capodanno mi avevano predetto quel futuro……

Annunci