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Marea

e il naufragar m'è dolce in questo mare

Mese

aprile 2010

 Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benchè afflitta di tronchi rugginosi
m’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’Aprile,
sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell’albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l’uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa chge vi tocchi.
Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l’aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
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Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benchè afflitta di tronchi rugginosi
m’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’Aprile,
sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell’albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l’uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa chge vi tocchi.
Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l’aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.



AGGIUNGERO’IL TUO NOME AL LIBRO DEI NOMI PERDUTI



E si che lo sai: le forze ti mancano e devi impare a gestirle. E invece sei la solita, ti butti con il cuore in rapporti che esistono solo se esisti tu. Lo so, hai ragione, questa volta le credenziali erano ottime, astrali, possiamo dire. E invece sei ancora qui, a sorbirti l’ennesima scusa specchio, senti come stride mentre scivola sul vetro. Chissà come ti viene in mente quella gita fatta al Vittoriale e quelle parole che ti erano sembrate subito utili per occasioni del genere (*).


Io conosco la Verità, la Verità che tu stai cercando di raccontarti con parole diverse e lo sai anche tu, che hai smesso di combattere per la tua vita. Solo che non chini il capo, non lo fai mai, retaggio mafioso di quel quartiere che ti ha dato l’educazione…se così vogliamo chiamarla.

Nella confusione dei sogni infranti, delle delusioni, della tua mancanza di volontà, hai confuso anche il mio nome, in mezzo a quello di persone che se ne fregano di te. Sei un numero per loro, tu, un’altra, pensi che faccia veramente la differenza? Ma la differenza l’ha fatta tu, quando hai deciso di barattare la mia spontaneità con la tua mediocrità. Scelta sbagliata. Mi spiace. Scelta decisamente sbagliata.


Teco porti lo specchio di Narciso?

Questo e’ piombato vetro, o mascheraio

Aggiusta le tue maschere al tuo viso

Ma pensa che sei vetro contro acciaio"




AGGIUNGERO’IL TUO NOME AL LIBRO DEI NOMI PERDUTI



E si che lo sai: le forze ti mancano e devi impare a gestirle. E invece sei la solita, ti butti con il cuore in rapporti che esistono solo se esisti tu. Lo so, hai ragione, questa volta le credenziali erano ottime, astrali, possiamo dire. E invece sei ancora qui, a sorbirti l’ennesima scusa specchio, senti come stride mentre scivola sul vetro. Chissà come ti viene in mente quella gita fatta al Vittoriale e quelle parole che ti erano sembrate subito utili per occasioni del genere (*).


Io conosco la Verità, la Verità che tu stai cercando di raccontarti con parole diverse e lo sai anche tu, che hai smesso di combattere per la tua vita. Solo che non chini il capo, non lo fai mai, retaggio mafioso di quel quartiere che ti ha dato l’educazione…se così vogliamo chiamarla.

Nella confusione dei sogni infranti, delle delusioni, della tua mancanza di volontà, hai confuso anche il mio nome, in mezzo a quello di persone che se ne fregano di te. Sei un numero per loro, tu, un’altra, pensi che faccia veramente la differenza? Ma la differenza l’ha fatta tu, quando hai deciso di barattare la mia spontaneità con la tua mediocrità. Scelta sbagliata. Mi spiace. Scelta decisamente sbagliata.


Teco porti lo specchio di Narciso?

Questo e’ piombato vetro, o mascheraio

Aggiusta le tue maschere al tuo viso

Ma pensa che sei vetro contro acciaio”

Vorrei avere un nome che non sia "silenzio"

Vorrei avere un nome che non sia “silenzio”

IL MIO DIO DELLE PICCOLE COSE

Non mi serve andare
in paesi lontani
nè pensare
ad ere perdute.

Mi basta guardarti,
dio delle piccole cose,
dei piccoli tratti di mondo
che scopri palmo a palmo.

Piccole mani,
stringono nuove scoperte,
le osservi, le assaggi
e mi guardi sorridente.

Ogni conquista
è uno sguardo felice,
disegna il tuo mondo
di piccole cose.
 

IL MIO DIO DELLE PICCOLE COSE

Non mi serve andare
in paesi lontani
nè pensare
ad ere perdute.

Mi basta guardarti,
dio delle piccole cose,
dei piccoli tratti di mondo
che scopri palmo a palmo.

Piccole mani,
stringono nuove scoperte,
le osservi, le assaggi
e mi guardi sorridente.

Ogni conquista
è uno sguardo felice,
disegna il tuo mondo
di piccole cose.

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Me ne accorgo così
Da un sospiro a colazione
Non mi piace sia tu

Il centro di me
Niente mi porterò
Solo vento tra le mani
Più leggera sarò
Sospesa
Sp
orriderò prima di andare
Basterà un soffio e sparirò

Forse sarà
pericoloso
Forse sarà la libertà
Mi guarderai e vedrai una
Eppure non sarò sola
Una novità sarà
E mi porterà
A non fermarmi mai
Non voltarmi mai
Non pentirmi mai
Solo il cielo avrò sopra di me
Solo il cielo avrò sopra di me
Ricomincio da qui
Da un'effimera illusione
Mi risveglio e ci sei
Ancora tu
Qui

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