Ci pensi. Una scena quotidiana, banale, ma che ti è rimasta impressa. Il cucciolo, lo si coinvolge, lo si stimola, “questa cosa è da grande”, come se fosse un plus utile. Lui ci prova, sbaglia, è il suo mestiere, però la voce si incrina in un rimprovero. Lui mortificato, “fallo tu non sono capace, sono piccolo” quasi a scusarsi. E poi ha paura, è insicuro. Ha sbagliato, ci ha delusi. Poi la nostra voce si fa un gioco, lui torna a sorridere, ci riprova, ci riesce, grande ovazione. Ecco, tutto qui. Basta un niente di sbagliato per farlo vacillare, per renderlo insicuro. Una dinamica così usata da essere ormai accettata, un genitore che si aspetta tutto da te e tu che semplicemente sei te stesso e ti scusi per questo. Ti scusi di non essere abbastanza, di aver tradito le sue aspettative ed è un niente ritrovarsi adulti con le stesse debolezze.
Così arrivi a 35 anni e ti chiedi se sei piccola o grande e ci sono giorni in cui l’unica cosa grande ti sembrano i tuoi errori. Provi un po’ di tenerezza per quella te piccola, quella che è nata con un nome da onorare, con una insostenibile leggerezza dell’essere sulle spalle. ti ripensi e ti accarezzi, per una volta sei indulgente con te stessa, provi un po’ di tenerezza, proprio ora che non hai più nessuno se non te stessa a farti un po’ di forza.
Non è una scusa, non lo è mai, ma capisci perchè sei ancora così fragile e insicura. Stai scoprendo di essere un mammut e non un opossum, e non sai da che parte si comincia a lottare contro l’estinzione della tua razza.

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