Accadono molte cose quando ti svegli alle sei del mattino. Qualcuno sostiene che ci sia della poesia nello svegliarsi prima che il gallo canti tre volte, sicuramente hanno ragione, appena mi sveglio cercherò di intuirla. E sono in tanti a pensarla così, perché alle 7.30 l’autostrada era piena di poeti mancati in cerca della musa. Personalmente, mentre sono in coda,  canto, come un’idiota, da sola, e faccio anche delle simpatiche coreografie. Il fatto che siano simpatiche lo deduco dalla faccia divertita di quelli che mi sfilano nella corsia di fianco. Ridono, almeno sono stata utile al mondo. La poesia viene parcheggiata al multipiano evidentemente, perché nel momento esatto in cui le persone si trovano in quei camminamenti/paraocchi tutti hanno la stessa faccia da Socim, ingrigiti, tristi, con la divisa.

Questa mattina ho realizzato di avere una dipendenza da caffeina quando mi sono fiondata sulla puerva macchinetta del caffè della metropolitana, per prendermi quello che in etichetta era un caffè al ginseng ma che nella realtà era bava di bufalo del Minnesota. Ma non solo. Quando il treno è arrivato prima dei cinque minuti e mezzo annunciati, ho avuto un attimo di crisi perché il caffè non era ancora sceso: treno-caffè, caffè- treno, treno-caffè… caffè. In quel momento ho capito che avrei dovuto entrare in aula con al faccia colpevole e dire “Ciao sono Laura, e sono una caffeista”.Si, anche perché, prima di salire in aula, ho preso un altro caffè (marocchino questa volta) a prezzo politico. Quanto mi piace il prezzo politico, è qualcosa che i ventenni non colgono appieno. Pagare una cosa superflua meno che in tutte le altre parti del mondo perché è un tuo diritto svegliarti, è pura goduria. Ti riconosco la fatica, quando mai ti ricapita? Il bambino ha pianto fino alle 4 del mattino? Hai avuto la colite spastica e hai passato la notte in bianco? Chissenefrega, paghi li caffè come tutti gli altri e ti presenti al mattino dopo in ufficio cercando di essere operativo. All’università no, se hai studiato fino a tardi, o semplicemente sei andato ad un rave party di giovedì, no problem, svegliati con comodo e ti faccio anche lo sconto sul caffè. Sublime, semplicemente sublime.

Comunque ha funzionato, il caffè intendo. Mi sono sparata quattro ore di lezione di inglese e, magia, ho capito quello che dicevano. Anzi, ancora meglio il Giovane Giovanni, prof. Madrelingua, mi ha chiesto se ero italiana perché il mio accento era (stranamente) buono.

Adesso sono in una paninoteca, che qui nel centro di Milano chiamano “atelier” perché fa più fino. E ascolto gli stralci di notizia che parlano del Lucio nazionale. Che dire, per me è morto un poeta, un maestro d’ascia musicale. Sono ancora più contenta di averlo visto all’arcimboldi con l’amico Francesco (De Gregari ndr) in un concerto che è stato tecnicamente un percorso attraverso tutti i generi musicali, una lezione di arrangiamento orchestrale e un’esibizione di ecletticità artistica. E umanamente è stata una bella lezione di umiltà, due grandissimi, rabbassati (quanto piacerebbe leggermi al mio prof di filosofia) a interpreti di qualcosa che era più di un duetto, era una jam session dove sul palco due amici artisti si passavano il testimone che cambiava ad ogni sguardo.

Davvero Lucio, grazie di tutte le parole e di tutte le note inventate per noi.

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