Insomma andata, anche sto rito funebre è stato archiviato. No, non mi riferisco al fatto che uno dei capostipiti della mia famiglia sia finito con i famosi tre metri di terra sotto il cielo, ma a questa mandriata famigliare: bovini della stessa razza che si annusano in un pascolo stranamente comune, mentre si ruminano qualcosa di indefinito o, più spesso, si annusano il deretano per capire chi puzza di più. Io una vaga idea me la sono fatta su chi sia più stronzo, ma la tengo per me, almeno questo l’ho imparato nella vita.

Però ogni funerale ha delle dinamiche strane, talvolta perverse. Lo ammetto, di molti parenti non conosco la faccia e i nomi mi compaiono solo talvolta tra qualche ricordo dei racconti di mia nonna. Nomi strani per giunta “Togna, Battista” gente di cascina, che in un minuto si racconta dell’elenco dei decessi degli anziani e dell’ultima tornata di salame nostrano. Mi sono sempre sentita lontana da quel ramo parentale a favore del versante veronese che mi ha cresciuto. Oggi però, mentre accompagnavo il feretro insieme al mio piccolo ho sentito qualcuno parlare un bergamasco feroce, strettissimo, aspiratissimo e per un attimo ho pensato “non so chi siano, ma questi sono miei”, e così era. Ecco “miei” non l’avrei mai detto pensando alla val seriana.

Poi il solito circo, abbracci, condoglianze, pacche sulle spalle, frecciate alla schiena, facce da  cazzo (opsh non si dovrebbe dire)  e i capannelli di gente che parla di qualunque cosa, morto escluso ovviamente. 
Insomma in tutta questa tristezza parentale l’unico lato positivo è che i suddetti parenti targati bg hanno pensato che avessi 26 anni… giusto 10 anni meno di quelli che ho in realtà. La senilità ha i suoi vantaggi…per me.

Comunque ciao zio, ecco, non ho fatto in tempo a dirtelo, l’ultima frase che ti ho sentit pronunciare è del 2006 “io sono stato la radice, voi la pianta che deve crescere forte”, grandi parole per voi che siete stati cresciuti a silenzi e polenta, non le dimenticherò.
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